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Forse molti non la conoscono, ma la storia del fondatore di Flying Tiger Copenhagen ha dell’incredibile.

È successo anche a voi di fare una passeggiata per il centro della vostra città, entrare in uno dei punti vendita e uscire dopo solo un’ora con un carrello pieno zeppo di cose: spazzolino in bambù, ventilatore portatile e tantissime altre diavolerie?

A me è successo, più di una volta e così ho deciso di indagare…
Quello che ho scoperto sull’azienda e il suo fondatore è straordinario.

Lennart Lajboschitz, 59 anni, danese, è il fondatore della catena di negozi Tiger.
La sua unica scuola è stata la strada, figlio di un ebreo polacco che vendeva asparagi al mercato e di una maestra d’asilo, lascia la scuola a 16 anni e inizia a girare il mondo facendo i lavori più umili e disparati.

A 20 anni incontra la sua futura moglie Suz e con lei continua a girare e a guadagnarsi da vivere riparando ombrelli rotti e vendendoli al mercatino delle pulci.

Nasce il primo figlio, e Lennart e Suz decidono di aprire un negozio per vendere articoli a prezzo scontato. Lo chiamano Zebra. Successivamente aprono un pop up store.

Un giorno mentre sono in vacanza, li chiama disperata la fidanzata del fratello di Lennart, a cui hanno affidato il secondo store, dicendo che non riesce a trovare i prezzi delle cose.

Lennart prontamente le suggerisce di prezzarle tutte a 10 corone (l’equivalente di un euro), che in slang danese si dice tier. Da qui nasce l’idea del nome “Tiger”, il cui suono ricorda appunto quello di “10 corone”.

Era il 1995.

L’idea geniale di Lennart verrà solamente dopo qualche anno: trasformare quei prodotti acquistati in maniera originale e creare un brand. Di colpo aumentano i margini di profitto, e in soli tre anni sono 40 i negozi in Danimarca.

Pazzesco, vero?
Lo credo anche io!

Lui stesso definisce la sua arte di trasformare un oggetto funzionale e trasformarlo in uno emozionale: “tiger touch”.

Il suo impero si estende dagli Stati Uniti al Giappone. Tiger, oggi, ha cambiato nome in “Flying Tiger Copenahgen”. Dal 2014, non è più Lajboschitz a gestirlo! Ha venduto il 70% del suo gruppo ad un fondo di private equity, guadagnando, pare, 134 milioni di euro.

Cosa fa oggi Lennart Lajboschitz? Si occupa della direzione creativa, dando quegli spunti geniali che ci invogliano a comprare cose che neanche sapevamo di volere.

Il suo team di progettazione ha vinto numerosi premi internazionali. Ogni mese ai prodotti continuativi se ne aggiungono altri 300, perché il cliente possa percepire continuamente la sensazione di star entrando in un negozio mai identico a sé stesso.

Magia? No, marketing.

In questo momento, sto pensando a una frase di Philip Kotler:

“Il marketing non crea bisogni: i bisogni preesistono al marketing. Il compito del marketing è quello di influenzare i desideri. Esso promuove l’idea che una Mercedes soddisferà il bisogno di status sociale di una persona. Il marketing tuttavia non ha creato il bisogno di status sociale. Il marketing influenza la domanda rendendo il prodotto adatto, attraente, conveniente e facilmente disponibile per il suo target di consumatori”.

Lennart è sicuramente riuscito a differenziarsi. Questo, gli ha permesso di aumentare i margini dei suoi negozi, ma da qui ad avere 900 negozi in tutto il mondo ce n’è voluta di strada.

Ha dovuto mettere a frutto tutte le sue competenze di marketing, selezionando attentamente i fornitori ai quali far produrre ciò che lui desiderava, creando un brand forte e immediatamente riconoscibile nella testa delle persone, ai quali basta vedere una tazza coi baffi per comprendere subito che si tratta di Tiger.

Tutte quelle azioni che è fondamentale che anche tu compia se vuoi essere certo di portare la tua azienda verso il successo.

Ora dimmi se guardando queste foto non è venuta anche a te voglia di mangiare un gelato con quel fantastico supporto che raccoglie le gocce se inizia a sciogliersi o se non hai pensato di organizzare un picnic al parco con la tua metà con quel fantastico cesto.

Glenda

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